Città in Comune

 

Perché una città in comune

Parto da un’immagine abbastanza remota. Era il 1996 quando Prodi arrivò per un comizio in piazza della pace. Un tempo di grandi attese per una liberazione annunciata dal berlusconismo come “autobiografia della nazione” che ha invece accompagnato questo nostro tempo.

La piazza era piena e il discorso bonario di Prodi fu interrotto dal rumore di un aereo. Ora dopo oltre ventanni possiamo arrivare a qualche conclusione. Quello che doveva essere un governo espressione della migliore tradizione sociale italiana ci ha portato alla prima precarizzazione con il pacchetto Treu e al consolidamento delle privatizzazioni. I gestori di Adr hanno fatto il bello e cattivo tempo ignorandole leggi e restando impuniti. E quei nomi (Romiti, Benetton,..) sono bipartisan come il potere prevalente che si può vedere in tante nomine decisive nei posti chiave (basta vedere chi popola il direttivo del pensatoio Demetra che sponsorizza l’idea dello sviluppo aeroportuale o le scelte strategiche di Sviluppo Lazio, per tralasciare le scatole nazionali e internazionali). Tutto ciò che accade segue una logica ferrea legata alla idea di trasformazione della Città di Roma, all’espulsione dei nomadi gestiti con la pratica dei campi di segregazione adottati in prima battuta, anche qui, da una giunta di centro sinistra che li ha messi alla Barbuta in un luogo così simbolico che è difficile immaginarne un altro per rendere chiaro un concetto di esclusione che alimenta pregiudizio e allarme sociale facilmente strumentalizzabile. Così l’ideologia della cementificazione si basa su una fragilità culturale e sulla scomparsa della cognizione di bene comune che riduce gli ambientalisti a cercare, al massimo, la riduzione del danno.

Di fatto la legge sull’elezione del sindaco, che vuole essere riprodotta ora a livello nazionale, punta tutto sulla governabilità definendo un potere della giunta di tipo aziendalista dove i consiglieri di minoranza sono trattati come i rappresentati dei piccoli azionisti che sanno bene che le decisioni strategiche avvengono al di fuori delle sedi democratiche (nel circolo canottieri o chissà dove). Gli elementi di partecipazione che si introducono in tale contesto sono, giocoforza, di natura formale e così irrilevante che si smontano da soli anche perché manca la convinzione che muove l’intera macchina amministrativa. Un sistema del genere si basa sull’ignoranza generalizzata che si coagula solo al momento delle elezioni o delle primarie per far valere e bilanciare gruppi di interessi da salvaguardare con il peso dei consensi. Alla fine questo tipo di potere che si ripete al governo della città finisce per determinare l’indirizzo dell’intera struttura grazie alle nomine in posti chiave di gestione del municipio e la leva dell’occupazione resa possibile dal sistema delle aziende partecipate dal pubblico ma gestite con normativa privatistica.

Se questa è la situazione, si presenta più efficace e produttiva una forma di mobilitazione possibile da minoranze consapevoli tramite il conflitto sociale (occupazioni,manifestazioni, etc) e/o l’uso degli spazi che si aprono nella contraddizione di un sistema (ricorsi al tar, esposti alla Ue, campagne di stampa,etc). Sono forme di resistenza che danno spazio all’”actio popularis”, all’azione popolare che si chiama così non perché un popolo si muove compatto e consapevole ma perché un gruppo di persone si muove nell’interesse di tutti di fronte all’inerzia e/o la collusione delle istituzioni.

La scelta di fare una lista in questo contesto risponde ad una necessità di rappresentanza,alla radice rappresenta un estremo atto di fiducia nel processo democratico contro l’idea di una totale subalternità della popolazione al pensiero unico. È ovvio che ormai la colonizzazione dell’immaginario operata su più fronti ha prodotto la scomparsa di un vocabolario comune per cui diamo significati diverse alle stesse parole e la maggior parte vive senza coscienza del luogo che abita(magari poche ore al giorno perché il tempo maggiore lo vive da “romano di giorno”). Così è imprevedibile che mutamenti profondi possano avvenire nei tempi brevi di una campagna elettorale, ma migliaia di cittadini, che sono migliori di ogni rappresentazione e sono estranei ai giochi che costringono ad un voto blindato, possono esprimere un modo diverso di percepire la vita pubblica per ridare centralità ad una partecipazione dal basso attenta a chi resta escluso, ad opporsi ad ogni mercificazione del territorio e dell’ambiente a suscitare il concorso delle migliori competenze per immaginare le soluzioni migliori non dettate dall’esterno. Ma per raggiungere questo obiettivo che può descrivere una inversione di tendenza, bisogna agire in maniera diversa da ogni tecnica di marketing che la politica ha mutuato dalla pubblicità. Bisogna arrivare più a largo possibile (anche se alcuni non verranno mai raggiunti) esponendosi personalmente e con strumenti alternativi anche perché non si hanno quei mezzi finanziari che altri possiedono in abbondanza ma che possono rivelarsi controproducenti se si ribalta la logica del messaggio e non si ha paura della sobrietà che è,invece, punto di forza, distinzione e credibilità. In questo modo l’esperienza elettorale è qualcosa che non provoca vergogna e va oltre il risultato superiore a ogni contabilità.

di Carlo Cefaloni

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